Quando la meccanica quantistica dice che l'osservatore è l'elemento essenziale del processo di misura viene quindi da chiedersi se la coscienza giochi un ruolo fondamentale nella struttura della realtà. Se è l'azione di osservare la causa che fa collassare la funzione d'onda allora chi è che l'osservatore? E soprattutto l'osservatore che cosa osserva?
Lasciando andre il pensiero liberamente, la coscienza appare come il punto di contatto tra la possibilità e la realtà. Prima dell'osservazione il mondo quantistico è un insieme di stati sovrapposti e dopo l'osservazione emerge un evento concreto... un fatto!
In questa visione la coscienza non sarebbe una semplice spettatrice ma il momento (o il luogo) dove si crea la realtà e si può quindi dire che il mondo "accade" in quel momento.
Questa idea ha esercitato un grande fascino non solo tra i fisici ma anche tra filosofi, i mistici e gli studiosi delle tradizioni orientali. L'analogia con certe intuizioni dello Zen o con il principio secondo cui il soggetto e l'oggetto non sono realmente separati sembra quasi naturale. La realtà non sarebbe qualcosa di completamente esterno ma invece una relazione dinamica tra quello che è osservato e chi l'osserva.
Spingendosi ancora più oltre si potrebbe immaginare che la coscienza stessa sia quindi un fenomeno quantistico oppure che la coscienza nasca da processi intimamenti legati alla sovrapposizione, all'interferenza e alla indeterminazione. In questo caso la mente non sarebbe un semplice "prodotto collaterale della materia" ma una particolare manifestazione di quelle stesse leggi fondamentali che sembrerebbero governare l'universo.
Però è corretto dire che dal punto di vista scientifico non esiste alcuna evidenza che la coscienza (come tale) sia richiesta per il collasso della funzione d'onda. Nella formulazione standard della meccanica quantistica l'osservatore non è una mente cosciente ma un sistema fisico che interagisce con un altro sistema, cioè è in pratica un rivelatore, un dispositivo, un fotodiodo, e persino l'ambiente circostante è sufficiente a distruggere la sovrapposizione quantistica attraverso il processo che si chaima "decoerenza".
La decoerenza spiega perché i sistemi macroscopici seguono le leggi classiche senza chiamare in causa la coscienza. L'interazione continua con l'ambiente "seleziona" gli stati stabili e rende praticamente impossibile che si verifichino sovrapposizioni su larga scala. In questo caso la coscienza arriverebbe solo dopo e pertanto non creerebbe la realtà "prendendone atto".
Questo non significa che il problema si risolva perché la decoerenza spiega come le possibilità si separano, ma non perché un singolo esito venga effettivamente osservato. Il passaggio dal "possibile" alla "realtà" resta ancora oggi uno dei punti più criptici della teoria.
Quindi il rapporto tra quantistica e coscienza si muove su un confine molto sottile e delicato: da una parte la fisica non ha bisogno della coscienza per funzionare ma dall'altra la fisica non è in grado di spiegare che cosa sia la coscienza né perché l'esperienza soggettiva accompagni alcuni processi fisici ma non altri.
La meccanica quantistica ci invita a distinguere tra quello che possiamo calcolare, quello che possiamo misurare e quello che possiamo comprendere mentre la coscienza (per ora) appartiene "soprattutto" a quello che possiamo comprendere.
La quantistica non ci dice che la coscienza crea il mondo ma neanche che il mondo esiste indipendentemente dall'osservazione in senso assoluto, ci dice invece qualcosa di più sottile e cioè che la realtà - così come la conosciamo - nasce sempre all'interno di una relazione e forse è proprio in questa relazione e non nella particella e non nell'osservatore, ma nel loro "incontro" che si nasconde il vero enigma.