La prima cosa che arriva è il pianoforte. Non prepara semplicemente il brano, apre una porta. Tony Banks suona quelle note come se stesse costruendo lentamente un paesaggio. A quell'epoca non sapevo niente di armonie, di strutture o di tempi dispari. Non avrei saputo spiegare perché quell’introduzione mi colpisse così tanto, sapevo soltanto che appena iniziava restavo come appeso ad ascoltare.
Se Selling England by the Pound è il mondo, Firth of Fifth è uno dei luoghi più misteriosi di quel territorio.
Dopo il pianoforte arriva la voce di Peter Gabriel. Il testo non racconta una storia nel senso tradizionale. Non ci sono personaggi come in Supper’s Ready, né scene teatrali da immaginare. Ci sono solo immagini semplici: il fiume, il mare, le montagne e il tempo che scorre. E poi c'erano le parole che allora capivo solo in parte, anche perché il mio inglese non era certo perfetto, ma ricordo che comunque la cosa non era molto importante.
Il fiume che procede verso il mare mi sembrava una corrente che va avanti indipendentemente da noi, che attraversa paesaggi e ostacoli e continua comunque il suo percorso. Da giovane una cosa del genere la senti in modo diverso. Pensi di avere davanti un tempo infinito, un futuro enorme, quasi astratto. Eppure quella musica riusciva già a suggerirmi che il tempo invece non si ferma.
C’è quel passaggio strumentale in cui la musica sembra allontanarsi lentamente dalla terra, prima il flauto, poi le tastiere e poi quasi senza accorgertene arriva la chitarra di Steve Hackett. Ed è lì che succede qualcosa. Non saprei dire quante volte ho ascoltato quell’assolo. Centinaia, forse migliaia, ma continua ad avere lo stesso effetto, Hackett non sembra voler dimostrare quanto sia bravo, non riempie lo spazio di note, fa quasi il contrario: lascia respirare ogni suono.
Una nota sale, rimane sospesa e poi ne arriva un’altra. È una chitarra che sembra parlare.
Da ragazzo non pensavo alla tecnica. Non sapevo nulla del sustain, dei pedali, delle scelte armoniche, sentivo soltanto una melodia che diventava sempre più intensa e che sembrava trascinarmi lentamente verso qualcosa che non riuscivo a definire e forse era proprio questo il fascino del progressive di quegli anni: non dovevi necessariamente capire tutto, potevi semplicemente lasciarti cullare dalla musica, e in Firth of Fifth c’è un momento preciso in cui ho sempre avuto la sensazione di essere trasportato altrove.
L’assolo cresce sopra le tastiere di Banks, mentre basso e batteria costruiscono sotto una corrente continua e la musica diventa enorme, ma senza diventare rumorosa.
È come guardare quel paesaggio dall’alto, il fiume che attraversa una valle con le montagne in lontananza e quella corrente che continua verso il mare, poi lentamente tutto ritorna, la voce ricompare e il viaggio sembra chiudersi nello stesso mondo dal quale era partito.
Da ragazzo Firth of Fifth rappresentava soprattutto la meraviglia. Era la dimostrazione che una canzone poteva essere costruita come un viaggio, con passaggi, cambiamenti, ritorni, momenti di silenzio e improvvise aperture. Mi sembrava quasi impossibile che cinque persone potessero creare una cosa del genere. Peter Gabriel con quella voce che sembrava arrivare da qualche strano teatro elisabettiano, Tony Banks circondato dalle tastiere, Mike Rutherford con il basso e quelle chitarre a dodici corde che contribuivano a creare quell’atmosfera sospesa, Phil Collins alla batteria, preciso ma mai meccanico e Steve Hackett, quasi immobile sul palco, capace però di far uscire dalla chitarra alcune delle note più emozionanti che avessi mai sentito.
Era una musica che pretendeva attenzione, era impossibile metterla semplicemente in sottofondo, quando mettevo il disco sul giradischi quello era il momento dell’ascolto. Il disco non accompagnava nient'altro: era esattamente la cosa che volevo fare in quel momento.
Forse oggi questa idea sembrerà strana, siamo abituati ad avere musica ovunque, mentre camminiamo, mentre lavoriamo, guidiamo, leggiamo. Ascoltiamo ma non siamo veramente attenti. A quei tempi invece c’erano molti pomeriggi in cui ci si sedeva davanti allo stereo, si prendeva la copertina del disco e si ascoltava.
E basta.
Selling England by the Pound era perfetto per questo rito e Firth of Fifth era uno di quei pezzi dopo i quali poteva esserci anche qualche minuto di silenzio, non perché non ci fosse niente da dire, ma perché quella musica ti restava dentro, e quel silenzio era un modo per continuare a goderne.
Oggi naturalmente anche questo pezzo lo ascolto con orecchie diverse, sono passati molti anni e quel fiume di cui parla la canzone nel frattempo ha continuato a scorrere. Tante, tante persone incontrate, poche vere amicizie, un amore, e molte scelte fatte. Cose che ci sembravano fondamentali il tempo le ha rese molto piccole, e momenti apparentemente insignificanti invece rimarranno per sempre.
Quello che oggi sento dentro Firth of Fifth è il rapporto tra l’uomo e il tempo, che poi è la vita. Noi costruiamo, programmiamo, ci affanniamo, immaginiamo di poter controllare le cose ma sotto tutto questo esiste una corrente molto più grande di noi. Dobbiamo imparare a lasciare andare le cose inutili, quelle che non servono e quelle che ci fanno stare male. Dobbiamo sempre ripartire dalle cose piccole, da quelle vere, semplici. La musica è così. E' fatta da pochissimi mattoncini semplici, eppure, quando quei semplici mattoncini si mettono insieme, nascono dei capolavori eterni.
La musica dei Genesis non dà mai una risposta e credo che sia proprio questo il motivo per cui continua a funzionare. Ti mette davanti al mistero. Da giovane quel mistero era il futuro, oggi è soprattutto il passato.
Poi parte il pianoforte e il passato e il futuro sembrano incontrarsi.
E infine arriva ancora una volta l’assolo di Hackett e il tempo smette di avere importanza.
Poi l’assolo finisce.
Il fiume riprende a scorrere.
E per qualche momento posso voltarmi e vedere da dove sono partito.